giovedì 12 giugno 2008

Repubblica, la vittoria truccata





di Luciano Garibaldi

Compie 60 anni il referendum monarchia-repubblica. Un avvenimento della storia italiana sul quale persistono seri dubbi. Molte le schede dei votanti mai aperte e ritrovate nelle cantine del Viminale. Le pressioni di Togliatti perché fosse proclamata la vittoria della repubblica.

[Da "il Timone" n. 52, aprile 2006]

La mattina del 2 giugno 1946 gli italiani si recarono alle urne (per la prima volta votavano anche le donne) per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente e per partecipare al referendum che avrebbe dovuto decidere la forma dello Stato.
I seggi rimasero aperti fino al pomeriggio del 3 giugno.
Chi vinse? La monarchia o la repubblica? Ancora oggi, a 60 anni di distanza, c’è chi mette in discussione il risultato di quella consultazione.
Cercheremo di ricostruire i fatti con obiettività, inquadrandoli nella realtà politica italiana del tempo.

Umberto II era divenuto re d’Italia il 9 maggio di quell’anno, a seguito dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III seguita dalla sua partenza per l’esilio ad Alessandria d’Egitto. Nettamente contrari alla monarchia erano il Partito comunista, il PSIUP (partito socialista di unità proletaria), il sindacato ancora unitario (CGIL), il Partito d’Azione, il Partito repubblicano. Per la libertà d’azione i liberali e la Democrazia Cristiana. Favorevole al re solo il piccolo PDI (Partito democratico italiano), le formazioni partigiane monarchiche (tra i loro massimi esponenti, le medaglie d’oro al valor militare Edgardo Sogno ed Enrico Martini «Mauri»), e - sia pure in modo non dichiarato - le Forze Armate, che si erano battute a fianco degli Alleati per fedeltà al giuramento prestato alla monarchia, e l’Arma dei Carabinieri. Ma non la polizia, largamente infiltrata da elementi ex partigiani comunisti. E non certo i superstiti del fascismo della Repubblica Sociale Italiana che, anzi, odiavano a morte il re e Badoglio. Assolutamente imparziale la Chiesa, che evitò sempre e comunque qualsiasi presa di posizione.
A Roma, i canali d’informazione sui risultati erano due. Uno, proveniente dalle prefetture, faceva capo al ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita. L’altro, proveniente dalle 31 circoscrizioni elettorali, confluiva verso il ministero della Giustizia di via Arenula, retto dal capo del Partito comunista Palmiro Togliatti, e da qui alla Suprema Corte di Cassazione, presieduta da Giuseppe Pagano, che aveva il compito di sommare i voti e proclamare il risultato finale.
Chiuse le urne, furono dapprima scrutinate le schede per la formazione dell’Assemblea Costituente, poi si passò a quelle referendarie.
Alle ore 8 del 4 giugno il ministro dell’Interno Romita redige un primo prospetto dei risultati e lo porta al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Il prospetto riguarda 4000 sezioni su 35.000, tutte localizzate nel Centro Nord, tendenzialmente «repubblicano», e attribuisce alla repubblica una maggioranza del 65 per cento. Decisamente poco, se si considera che gli italiani del Sud e delle Isole sono nella stragrande maggioranza monarchici. De Gasperi, che personalmente è per la repubblica, vede nero e quella sera stessa informa il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, che si profila assai probabilmente la vittoria della monarchia. Il mondo politico romano entra in fibrillazione. Massimo Caprara, all’epoca segretario personale di Togliatti, ha ricordato, in un articolo pubblicato su Nuova Storia Contemporanea (n. 6 del 2002), che fu lui stesso a «passare» a Togliatti la telefonata di un Romita disperato. I risultati continuavano ad affluire al Viminale, questa volta anche dalle prefetture del Sud, e, al momento della telefonata, nel pomeriggio inoltrato del 4 giugno, la monarchia era ormai al 54 %. Fu a quel punto che Togliatti decise di agire direttamente sui funzionari del suo ministero addetti alle circoscrizioni delegando loro una «autonoma gestione dei voti», da comunicare alla Cassazione «al di fuori di ogni controllo». Se le parole hanno un senso: fate vincere la repubblica a tutti i costi.
Da un punto di vista storico, la cosa è del tutto logica: i funzionari erano infatti tutti uomini di fiducia del Guardasigilli, e quindi del PCI.
È a questo punto che, nella tarda mattinata del 5 giugno, De Gasperi va al Quirinale e informa personalmente il re Umberto II, affinché possa regolarsi, che la repubblica ha vinto. Umberto dispone immediatamente che la regina Maria José e i figli s’imbarchino per il Portogallo sull’incrociatore «Duca degli Abruzzi», lo stesso che ha trasportato Vittorio Emanuele III, dopo l’abdicazione, ad Alessandria d’Egitto.
Frattanto la stampa diffonde la notizia della probabile vittoria della monarchia e nel frattempo raccoglie le dichiarazioni polemiche e critiche dei sostenitori di re Umberto. Da sinistra si risponde per le rime. Pietro Nenni sull’«Avanti!»: «O la repubblica o il caos!».

Gli occhi di tutti erano puntati sulla Cassazione, cui toccava il compito di dichiarare ufficialmente chi aveva vinto e chi aveva perso. E fu sul tavolo della Cassazione che tempestivamente, prima del computo finale, l’onorevole Enzo Selvaggi, monarchico del Partito Democratico Italiano, fece recapitare un ricorso nel quale metteva in guardia i giudici: attenti, quello che conta è il numero dei votanti e non quello dei voti validi. Si riferiva, Selvaggi, subito seguito dall’onorevole Giovanni Cassandro, all’articolo 2 della legge 16 marzo 1946, istitutiva del referendum. L’articolo disponeva che avrebbe vinto la forma istituzionale (monarchia o repubblica) che fosse stata indicata «dalla maggioranza dei votanti» e non «dalla maggioranza dei voti validi», principio al quale invece, fino a quel momento, prefetture e funzionari di via Arenula si erano attenuti per il computo dei voti. Infatti, le rilevazioni erano state fatte soltanto sui voti giudicati validi.
Delle schede giudicate non valide (bianche, sporche o dubbie) non era stato fatto neppure il computo.
Poche ore dopo, sul tavolo della Cassazione giungeva un secondo ricorso, firmato dalla Medaglia d’Oro della Resistenza Edgardo Sogno, che chiedeva l’invalidazione del referendum essendo stati esclusi dal voto i residenti nella provincia di Bolzano e nella Venezia Giulia. Fu a questo punto che al primo presidente della Cassazione, Giuseppe Pagano, giunse una lettera di Togliatti che - come nota Franco Malnati nella sua opera La grande frode - forte del suo potere disciplinare sulla magistratura, gli ordinava di limitarsi alla lettura delle cifre dei verbali di ognuna delle 31 circoscrizioni elettorali e alla sommatoria complessiva «omettendo qualsiasi ulteriore pronuncia»: chiara infrazione - nota Malnati - della legge che invece prevedeva, da parte della Cassazione, «la proclamazione del risultato del referendum».
Lunedì 10 giugno, nella Sala Lupa di Montecitorio, il presidente Pagano comunica i risultati raggiunti: 12.672.767 voti per la repubblica, 10.688.905 per la monarchia. Mancano 118 sezioni (che comunque, data la loro esiguità numerica, non modificheranno nulla), ragione per la quale si rinvia la comunicazione definitiva ad una successiva seduta fissata per il giorno 18.
Martedì 11 giugno: gravissimi disordini a Napoli. La polizia apre il fuoco su un corteo monarchico. Nove morti. Disordini anche a Bari e a Taranto. Tutto il Sud, profondamente monarchico, è in subbuglio.
Mercoledì 12 giugno: Consiglio dei ministri in un clima di fortissima tensione. Togliatti, anche in seguito alle migliaia di denunce per brogli che continuano a piovere a cura dell’UMI (Unione Monarchica Italiana), dice testualmente: «Vi sono ricorsi che possono anche richiedere l’esame delle schede che tra l’altro non sono qui e forse sono distrutte» (lo ricorda Aldo Mola nel suo Storia della monarchia in Italia). In effetti, «sacchi e pacchi di verbali saranno poi rinvenuti nei luoghi più disparati» (ibidem).
Il 21 febbraio 2002, una giornalista del quotidiano Libero intervistò anche il padre gesuita Giuseppe Brunetta, il quale confermò le perplessità sulla legittimità dello spoglio e testimoniò che nelle cantine del Viminale egli stesso aveva visto le casse con le schede mai aperte.

Giovedì 13 giugno, ore 0,15: al termine della seduta, De Gasperi, in accordo con tutti i ministri eccettuato Leone Cattani, dichiarò di assumere i poteri di capo provvisorio dello Stato. Umberto II, subito informato, decise che sarebbe partito in aereo quel giorno stesso, alle ore 15, per l’esilio in Portogallo.

MA PER UMBERTO II FU UN COLPO DI STATO

Dal messaggio di Umberto II agli italiani, consegnato alla satampa al momento della partenza per l'esilio: «Questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Proclamo pertanto lo scioglimento del giuramento di feeltà al Re, non a quello verso verso la Patria, di coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove».
Umberto II morì a Ginevra il 24 marzo 1983. Suo padre Vittorio Emanuele III era morto ad Alessandria d'Egitto il 28 dicembre 1947.

Bibliografia

Aldo Alessandro Mola, Storia della monarchia in Italia, Bompiani, 2002.
Franco Malnati, La grande frode. Come l'Italia fu fatta Repubblica, Bastogi, 1997.

© Il Timone

lunedì 9 giugno 2008

E Fini sfoggia la croce dei Templari


Il simbolo più odiato dall'Islam

E Fini sfoggia la croce dei Templari

La spilla regalata da un collega di partito: ne è rimasto subito attratto. Il leader di An: «Non ho il dono della fede»

MILANO — L'ha sfoggiata a Porta a Porta ea Ballarò, ma difficilmente potrebbe appuntarsela al bavero in qualche vertice internazionale o in un paese islamico. La spilletta che Gianfranco Fini porta sulla sua giacca da domenica è il simbolo dei Templari, cavalieri di Cristo in Terra Santa contro i musulmani. Lo stesso simbolo che, dopo la protesta dei turchi alla Uefa, da ieri il Barça ha dovuto togliere dalle maglie e che è stato contestato anche all'Inter, per quanto in questo caso si tratti del simbolo di Milano e non della croce dei Templari. Quella spilla sulla giacca di Fini — una croce rossa come il sangue di Cristo, che termina con quattro punte a coda di rondine su uno sfondo bianco — l'ha notata Marcello Veneziani. Che, collegandola alla recente dichiarazione del leader di An — «Non ho il dono della fede» —, si è interrogato su Libero sul «mistero di quel segno distintivo in un laico e non credente confesso: sarà una nuova specie di ateo devoto». Specie cara a Giuliano Ferrara ma non a Veneziani: «Tra tanti leader di sinistra che scoprono ascendenze o discendenze cristiane, tra Veltroni e D'Alema, Bertinotti e Fassino», la destra non può «finire in una loggia o in un lions club, con tutto il rispetto». Veneziani ricorda a Fini «che il maggior intellettuale vivente della destra è oggi un tale Ratzinger e di mestiere fa il papa».

Memento forse non indispensabile per Fini che da anni è uno dei più strenui difensori dei valori religiosi e tradizionali. Non è un mistero, per esempio, la sua netta contrarietà all'aborto. A difendere la spiritualità di Fini c'è anche la testimonianza di Bartolo Sammartino, ex vicesindaco di Palermo ed ex deputato regionale siciliano: «Quella spilla — spiega — era mia. Me la vedeva addosso da dieci anni e domenica mi ha chiesto di regalargliela. Evidentemente da tempo subiva l'attrazione di questo simbolo. E dunque non è certo un caso che ora abbia deciso di indossarla: è una precisa scelta di comunicazione di valori». Non che Fini sia diventato improvvisamente un templare, né che lo sia il giovane Sammartino, presidente dell'Accademia nazionale della politica, associazione nata dalle esperienze di «Alleanza etica », come racconta il presidente di Trapani Giuseppe Fragapani: «La croce è una sfida al materialismo e al nichilismo, un richiamo ai valori cristiani e cattolici». «Si è perso ogni orizzonte metafisico — aggiunge Sammartino — si è perso il senso del sacro. I templari, monaci e guerrieri, univano virtù civili e religiosi». Niente a che vedere «con quelle fesserie alla Dan Brown», spiega. Né con la massoneria: «È antitetica». E nessuna offesa all'Islam: «Anzi: i templari erano accusati di intelligenza con il nemico. Un famoso quadro ritrae un templare che gioca a scacchi con un musulmano».

Fonte -Corriere della Sera, articolo di Alessandro Trocino, 16 dicembre 2007 & I Nostri Avi Forum

venerdì 4 aprile 2008

Frac, tight, smoking: come, quando e perché

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TIGHT

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Aggiunto che, matrimoni a parte, il suo utilizzo si limita alle reali corse di Ascot (in Inghilterra, a mezzo giugno; beato chi ci va, no?), quel che sappiamo in materia (matrimonio in tight, appunto) lo abbiamo scritto qualche tempo fa. Qui.
Dato che di funerali in tight l'ultimo sarà stato cent'anni fa e visto che perfino coloro che li offono in affitto spesso ... non sanno quello che fanno, raccomandiamo in particolare: MAI indossare un panciotto nero. Per chi è curioso di sapere COME sia fatto un tight, ecco ...
-Giacca: di lana in diversi pesi, invisibilmente operata a spina di pesce, color grigio ferro o fumo di londra, in foggia di marsina a coda di rondine arrotolata, monopetto monobottone.
-Pantaloni: in tessuto di lana in diversi pesi, in rigato sui toni del grigio o in bianco e nero, dritti a tubo senza risvolto.
-Camicia: in popeline o batista di lino o tela di seta, bianca, collo tradizionale o alto inamidato.
-Gilet: in pannetto assortito alla giacca grigio perla o avorio scuro (nero per i funerali), dritto cinque bottoni monopetto o doppiopetto con risvolti incrociati.
-Cravatta: di seta tinta unita o jacquard color avorio o grigio, sia lunga che plastron.
-Calze: di cotone leggero o seta grigio scurissimo o nero, al ginocchio.
-Guanti: in camoscio grigio al polso.
-Cappello: di seta nero alto a cilindro (grigio, raramente).
-Scarpe: di pelle nere oxford lisce.

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FRAC
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Abito di bellezza commovente, il suo utilizzo è - ancora più del tight, se possibile - caduto in desuetudine. Lo usano ancora i professori in talune orchestre, e in frac presentano le proprie credenziali gli Ambasciatori in Vaticano (oltre che in qualche altro Palazzo presidenziale intorno al mondo. Asia e Africa, perlopiù ... ). L'invito a un evento in frac, tanto per tenersi informati, dovrebbe portare la dicitura "cravatta bianca".
Se ne vede (quasi) qualcuno anche in Parlamento.
Un frac (erede di finanziera e - più o meno - sinonimo di marsina), dovrebbe essere fatto così.
-Giacca: di drappè, o baratea, color nero, in foggia di marsina a coda di rondine, falso doppiopetto a sei bottoni (non si abbottona!) con o senza revers in seta.
-Pantaloni: come la giacca, dritti a tubo senza risvolto con bande in seta.
-Camicia: in batista di lino o voile di seta, bianca, con lo sparato inamidato, il collo duro e il polso doppio da gemelli.
-Gilet: di piqué Marcella o di seta, bianco, mono o doppiopetto con la scollatura a V o U, tre o quattro bottoni.
-Cappello: di panno leggerissimo, nero, alto a cilindro.
-Guanti: in cotone o seta, bianchi al polso.
-Cravatta: come il gilet, bianca a farfalla con una sola aletta visibile.
-Calze: di seta, nere al ginocchio.
-Scarpe: pumps nere in vernice o pelle.

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SMOKING
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Si usa e se ne abusa. Un invito in smoking (detto anche tuxedo o dinner coat in USA e dinner jacket in Gran Bretagna) porta la dicitura "cravatta nera". Come la cravatta, NERO deve essere l'abito (certo, blu notte è il MASSIMO, come quello di Cary Grant in Caccia al Ladro, ma pare che la seta per i risvolti lucidi di quel colore sia impossibile da trovare, ormai ... ): la roba colorata coi luccichini che si vede in tivù va bene per la tivù. E BASTA. E il farfallino va fatto a mano (girereste con una cravatta lunga col nodo già fatto? NO, vero?). Se fate la fatica di affittare uno smoking, provate perlomeno a sentirvelo vostro imparando ad annodare un papillon: non è facilissimo ma la soddisfazione, dopo, è molta.
Regole dello smoking.
-Giacca: in drappè o baratea di mohair, nero o blu scurissimo, dritta 1 o 2 petti (due o quattro bottoni) con revers in seta a lancia.
-Pantaloni: come la giacca, dritti a tubo senza risvolto con bordatura laterale in seta.
-Camicia: di batista di lino o seta o in brillantina di cotone, bianca, eventualmente con lo sparato a pieghe e il collo inamidato (normale o alto) ma anche liscia, polso doppio da gemelli.
-Gilet (facoltativo): di raso nero dritto a sei bottoni.
-Fascia (facoltativa): in seta o raso o faille o crèpe o broccato o gros-grain, nero, anche a a balze.
-Cravatta: come la fascia, nera a farfalla.
-Calze: di seta o cotone leggero (seta e lana per chi ha freddo), nere lunghe.
-Scarpe: di vernice o pelle, nere, oxford lisce o pumps.

mercoledì 12 marzo 2008

Nasce l'Archivio fotografico di Italia Reale



Direttmente dal disclaimer del sito "Questo sito si propone di riscoprire la storia del Regno d'Italia e valorizzare la Monarchia Italiana utilizzando un archivio online di foto inerenti Casa Savoia".

La Monarchia ha realizzato l’Unità d’Italia ed è stata essenziale per l'evoluzione e l'arricchimento del nostro Paese. Italia Reale ha intrapreso un ambizioso progetto nato dalla esigenza di riscoprire e valorizzare la Monarchia Italiana con l’ausilio di immagini.Siamo impegnati a raccogliere, organizzare, digitalizzare e diffondere nel web immagini fotografiche con lo scopo di far riscoprire la storia del Regno d'Italia, attraverso fotografie e cartoline d'epoca, si compie un viaggio nella storia del Regno d’Italia.

Emanuele Filiberto scende in campo


Il principe cerca un posto alla Camera

Dopo la smentita di un mese fa di suoi eventuali interessi politici, Emanuele Filiberto spiazza tutti e a sorpresa scende in campo. Sarà candidato per la Camera nella lista Valori e Futuro. Nessun apparentamento, il delfino di casa Savoia corre da solo, lontano dalle coalizioni. Ha dato la notizia Filippo Bruno di Tornaforte, il segretario nazionale del movimento fondato dallo stesso Principe di Venezia e di Piemonte. Mentre i nostalgici esultano per la candidatura dell'ex regnante, auspicando forse un ritorno al passato, Antonio Di Pietro teme che la sua Italia dei Valori possa essere confusa con il nome del movimento di Emanuele Filiberto. L'annuncio ufficiale della candidatura del nobile sabaudo è atteso per mercoledì 12 marzo al circolo della Stampa di Milano, ma una prima conferma arriva direttamente dall'interessato. "Io non voglio diventare onorevole perché vado alla ricerca di titoli - ha dichiarato il principe a Mattino 5 - ma ho vissuto 31 anni fuori dall'Italia e conosco benissimo le esigenze degli italiani all'estero, che credo debbano essere meglio rappresentati, per questo mi candido come indipendente con il mio movimento Valori e Futuro nella circoscrizione Europa".

Fonte - TGCom, 12 Marzo 2008

IL NUOVO CAPO DELLA CASA REALE DI GEORGIA


Il nuovo capo della Casa Reale di Georgia è il principe David de Bagration di Moukhrani (nato nel 1976), che è divenuto l’erede dinastico e capo del consiglio di Famiglia della Casa Reale di Georgia alla morte recente di suo padre il Principe Giorgio de Bagration.
Suo padre Principe Giorgio Bagration è nato a Roma, ma il suo retaggio è nella Casa Reale Georgiana. La Georgia ottenne l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 dopo secoli di oppressione mongola, turca, persiana e infine russa ma, durante la loro storia turbolenta, la dinastia Bagration mantenne sempre il proprio status regale.
Il Principe Giorgio Bagrationera un grande appassionato di motori. Tra i suoi successi ricordiamo la Spanish Touring & Specials Champion 1969, e i Campionati di Rally di Spagna nel 1979, 1981 e 1982.
Il governo della Georgia riconobbe la posizione e i diritti di SAR il Principe Giorgio Bagration come Capo della Casa Reale e Principe Ereditario della Georgia. Questo riconoscimento formale è un caso unico e conferisce alla Casa Reale di Bagration una posizione unica tra le ex case regnanti. S.A.R. il Principe Giorgio Bagration era strettamente imparentato con la Casa Imperiale Russa e la Casa Reale di Baviera.

Fonte . U.M.I., traduzione di Roberto Margheriti dal sito www.royalbagration.com, 6 Marzo 2008

IL 79° GRAN MAESTRO DELL'ORDINE DI MALTA


Roma, 11 marzo 2008 E’ Fra’ Matthew Festing, 58 anni britannico, il 79° Principe e Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. E’ stato eletto questa mattina dal Consiglio Compito di Stato, riunitosi per questo scopo nella Villa Magistrale dell’Ordine a Roma.
Dopo l’elezione, e dopo avere accettato la carica, il nuovo Gran Maestro ha prestato giuramento di fronte al Consiglio Compito di Stato e al Cardinalis Patronus dell’Ordine Pio Laghi, entrando così nella pienezza dei suoi poteri.
Succede a Fra’ Andrew Bertie, 78° Gran Maestro dal 1988 al 2008, scomparso a Roma lo scorso 7 febbraio.
Il nuovo Gran Maestro ha dichiarato di voler proseguire l’opera del suo predecessore. Fra' Matthew conosce bene l’Ordine, per esserne da 15 anni il Gran Priore d’Inghilterra, fin dalla ricostituzione del Gran Priorato nel 1993. In questo ruolo, ha condotto missioni di assistenza umanitaria in Bosnia, Serbia, Croazia e Kosovo e guida ogni anno la delegazione della Gran Bretagna all’annuale pellegrinaggio dell'Ordine a Lourdes con i malati.
Nato a Northumberland nel 1949, il nuovo Gran Maestro ha studiato ad Ampleforth e al St John's College di Cambridge dove si è laureato in storia. Esperto di arte, ha svolto la sua attività professionale in una casa d’aste internazionale. Da bambino ha vissuto in Egitto e a Singapore, dove era assegnato suo padre il Field Marshal Sir Francis Festing. Discende dal Beato Adrian Fortescue, cavaliere di Malta, martirizzato nel 1539.
Fra’ Mattew Festing ha servito nei Granatieri, dove ricopre il grado di colonnello nella riserva. E’ stato insignito del grado di ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico dalla Regina Elisabetta II, della quale è uno dei rappresentanti nella contea di Northumberland.
E' entrato a far parte del Sovrano Militare Ordine di Malta nel 1977, diventandone un Cavaliere Professo di voti perpetui nel 1991.
Appassionato di arti decorative e di storia, è conosciuto per la sua conoscenza enciclopedica della storia dell’Ordine di Malta.

Fonte - Ordine di Malta, 11 Marzo 2008